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Per arrivare a Monterosso Almo, bisogna superare il bivio di Maltempo, il paesaggio offre immagini sempre più varie, fino ad arrivare in contrada Calaforno dove da alcuni anni è in corso un’intensa opera di rimboschimento che sta trasformando il brullo paesaggio in una fresca e accogliente pineta. Giù nella valle, presso il vecchio mulino, si apre la grotta di Calaforno, un susseguirsi di 35 camerette che in epoca remota sono servite da necropoli e, successivamente, da abitazioni. In questa zona la Forestale ha realizzato aree attrezzate dove si possono trascorrere piacevoli giornate a contatto con la natura ed osservare alcuni animali, quali gli istrici e varie specie di volatili. Superato il bivio per Giarratana e percorsi pochi Km, si giunge alla vecchia stazione ferroviaria del paese, dalla quale inizia una strada che conduce a Buccheri e a Monte Lauro. Prima dell’ingresso all’abitato una circonvallazione mette in collegamento con la strada che porta a Vizzini. Monterosso è il paese più alto e più a nord della provincia. Il suo territorio è prevalentemente montuoso, povero e poco irriguo, se si escludono delle piccole zone. La popolazione si dedica quasi esclusivamente all’agricoltura che rappresenta il perno dell’economia locale. Discreti i vigneti, notevole la produzione di cereali, mandorle, noci, fichi, olive, molto apprezzate le buone e grosse ciliegie dette raffini. Di una certa rilevanza anche la pastorizia grazie all'ottimo formaggio pecorino. Ogni anno acquista maggiore risonanza il "Carnevale Monterossano” caratterizzato dalla sfilata di carri allegorici e dalla festa in piazza. Inoltre, le feste e le sagre del "pane caldo” e dei "cavatieddi" richiamano un gran numero di buongustai. Anche Monterosso, come tutti i paesi del Ragusano, affonda le sue radici nella notte dei tempi. Nel suo territorio sono stati rinvenuti le necropoli di Calaforno, come già accennato, e l’abitato di Monte Casasia, sito a 738 m. di altitudine. Queste scoperte, avvenute negli anni '60, testimoniano la presenza di popolazioni sicule in età preistorica. Inizialmente doveva trattarsi di pochi gruppi isolati che, in un secondo momento, si unirono per costruire un villaggio più grande e più facilmente difendibile. Non si hanno, almeno fino ad oggi, testimonianze dei periodi greco e romano.  In un documento del 300 d.C. si accenn all'esistenza del villaggio che, insieme ai casali di Gulfi e di Comiso, venne assegnato all’impero di Bisanzio. Altro accenno al villaggio compare su una bolla del papa Alessandro III (1468). In questo periodo l’abitato assunse il nome di Monte Iohalmo. In seguito il paese appartenne al conte Enrico Rosso di Aidone che lo riedificò e costruì un castello, del quale non rimane alcuna traccia, nei pressi della contrada Casale. Dopo il matrimonio fra il conte Rosso e Luchina, figlia di Federico di Chiaramonte, il paese entrò a far parte della contea di Modica. Fu in questo periodo che assunse il nome di Monterosso. Dopo la caduta di Chiaramonte, nel 1393, la contea passò a Bernardo Cabrera che per primo unificò il territorio della provincia di Ragusa. Suo figlio, Giovanni Bernardo, a causa dei debiti dovette vendere alcuni possedimenti; Monterosso venne ceduto a Ludovico Perollo per 1160 onze. Nel 1508 gli eredi Cabrera rientrarono in possesso della cittadina e vi costruirono due castelli, uno nella parte alta dell'abitato e l'altro, adibito successivamente a carcere, più in basso. Nel 1541, Monterosso era una delle cinque università (corporazioni tenute a pagare le tasse) che costituivano la contea. Nel 1693 il centro, allora chiamato Mons Rubens, venne interamente distrutto dal terremoto. Durante il periodo spagnolo il paese era chiamato Lupia o Casal Lupino ed un lupo compariva anche sullo stemma cittadino. Da ciò si suppone che, un tempo, il territorio fosse infestato da questi canidi. Oggi Monterosso segue il profilo della montagna su cui è costruito ed appare “diviso” in due parti, superiore ed inferiore, ciò ha generato una sorta di rivalità campanilistica.

VISITA DELLA CITTA’
Il centro della città è piazza S. Giovanni, detta u chianu, vasta spianata dove sorgono alcuni fra i monumenti più belli e dove si trovano i locali più frequentati: i bar Amato, Bar San Giovanni, Terranova (da gustare gli ottimi gelati di ricotta serviti nella tipica cavagna). La Chiesa di S. Giovanni Battista, situata su una terrazza sopraelevata, occupa un lato della piazza ed è preceduta da un’ampia scalinata. Il tempio, a tre navate con cupola e facciata barocca scandita da poderose colonne, è attribuito al Sinatra, uno dei più validi allievi del Gagliardi. L’interno, molto luminoso e decorato con stucchi, presenta cappellette laterali e un ricchissimo pulpito in legno intagliato, opera di Raffaele Di Giacomo, valente artigiano locale. Gli altri lati della piazza sono occupati da palazzetti neo-classici fra i quali spiccano quello del Comune e quello detto “Cocuzza”, dal nome del suo proprietario, robusta costruzione in pietra il cui interno è adornato da stucchi e affreschi. Un lato della piazza è chiuso dall’ex Chiesa di Sant’Anna dei frati minori riformati che sorge in cima ad una scalinata. Sotto il pavimento della chiesa, recentemente restaurata, sembra vi siano dei gradini che portano ad un cimitero sotterraneo dove venivano seppelliti i monaci. Anche l’edificio del Circolo di Conversazione, a cui si accede dalla piazza, apparteneva ai monaci che nel secolo scorso ne fecero dono ai “civili” proprio per istituirvi il circolo che venne arredato con mobili e consolle dell’epoca. Scendendo per corso Umberto I, l’arteria più importante del paese, si giunge al Monumento ai Caduti di piazza della Rimembranza. Da piazza S. Giovanni e percorrendo via Roma (bellissimi i panorami della parte inferiore dell’abitato), si arriva, dopo alcune curve, in piazza S. Antonio dove una di fronte all’altra sorgono la Chiesa di S. Antonio Abate e la Chiesa Madre. La prima, risalente forse ad un periodo antecedente al XIII sec. ed un tempo dedicata a San Mauro, è oggi Monumento Nazionale e custodisce notevoli tesori d’arte. Presenta una semplice facciata coronata da un campanile a vela, una sola navata ravvivata da stucchi e da una serie di affreschi ottocenteschi nella volta. I tesori più preziosi sono la grande pala del “Martirio di S. Lorenzo”, opera del 1525 di autore ignoto, la "Madonna del Carmelo” di stile caravaggesco, il "Battesimo di Costantino", le cinquecentesche statue di S. Antonio e di S. Mauro, due acquasantiere del ‘400 in pietra locale. Scendendo per le scale che iniziano presso la chiesa e passando sotto un suggestivo ponte ad arco di origine medioevale, si entra in un antico quartiere della città, dove per Natale avviene la rappresentazione di uno dei migliori e  suggestivi presepi viventi. La Chiesa Madre sorge sulla sommità di un’alta scalinata e mostra una facciata a bugne che, dopo il terremoto del 1693, è stata ricostruita in stile neogotico. Anche in questa chiesa, risalente all'incirca al XIII sec., è Monumento Nazionale; all’interno, a tre navate, sono conservate opere d’arte: un antico e pregevole Crocifisso ligneo datato al XV sec. ed opera del Beato Umile da Petralia, una croce processionale in argento cesellato a mano dello stesso periodo, alcune tele e due acquesantiere del XII sec.. Usciti dalla chiesa non si può fare a meno di notare il bel Palazzo Zacco. Una passeggiata per i vicoli e le strette stradine di Monterosso permette di assaporare visioni e sensazioni di vita semplice che altrove sono irrimediabilmente scomparse.

ESCURSIONI FUORI PORTA
I dintorni della città offrono la possibilità di compiere passeggiate di interesse naturalistico ed artistico. Percorrendo la statale che conduce a Vizzini e deviando a destra all’altezza del nuovo incrocio presso il Km 54, dopo qualche chilometro si notano, sulla sinistra della valletta, alcune grotte dette “dei denari”. Il nome deriva da una leggenda che narra di un tesoro e di denari sepolti dei quali si poteva entrare in possesso tramite rituali e formule magiche particolari. In realtà le grotte sono antiche tombe che, successivamente, furono adibite ad abitazione. Nella parte opposta della valle, appena superata la collinetta sulla destra, si trovano le grotte dei Santi. Anche queste grotte, scavate nel tenero calcare, furono utilizzate come tombe e, in un secondo momento, trasformate in abitazioni. Alcune vennero anche adibite a luogo di culto, come lasciano supporre gli affreschi raffiguranti santi ed una crocifissione. Tra le tombe ve ne sono alcune a baldacchino o a “tegurium” ed altre molto più semplici. Le più spaziose recano ancora tracce di pitture murali, in molti casi ridotte a pochi lacerti indecifrabili. L’unico affresco ancora visibile, e apprezzabile per lo stile e la vivacità della rappresentazione, è la “Crocifissione”, della quale si è già parlato. Ritornando verso il paese, nei pressi di una cava di calcare, si può svoltare a destra per una strada non asfaltata che conduce a Monte Casasia (Km 8,5). La strada si snoda in un contesto naturale ancora intatto, tra ruscelli dalle limpide acque, e si inerpica su per il monte dove si attuando un lungimirante piano di rimboschimento; in un solo colpo d’occhio si possono cogliere panorami immensi. Arrivati in cima (836 m.), dopo aver superato il cancello della forestale, ci si ritrova in una pineta e in un’ampia area attrezzata nella quale si gode un’aria fresca e carezzevole anche nei mesi più torridi dell’estate. Il panorama è assolutamente stupendo: i pascoli sfruttati da alcune masserie, la città di Licodia Eubea distesa sul monte, il bel lago formato dallo sbarramento del Dirillo che in quel tratto riceve anche le acque dell’Amerillo. Da non perdere la discesa al fiume Amerillo, percorrendo la lunga scalinata, la vecchia “regia trazzera”, della valle dei mulini. In questa zona, intensamente coltivata ad orti, un tempo operavano numerosi mulini ad acqua che, sfruttando la corrente del fiume, macinavano grano in continuazione e dei quali attualmente si possono ancora vedere alcuni resti. In questa valle ricca di verde, dove si respira il sapore agreste di tanti anni fa, lungo il fiume si possono ammirare alti pioppi, frondosi platani, un paesaggio insolito in queste valli generalmente secche.

CONSIGLI UTILI 
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(Articolo preso da "Perle di Sicilia", Società Editrice Affinità Elettive, 1998)